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L’Aquila. Come restaurare i centri storici terremotati

Scritti - Atti Convegni

Convegno Italia Nostra

L’Aquila. Come restaurare i centri storici terremotati

L’Aquila 18 marzo 2010

Giorgio Stockel

Da una notizia del giornale “Il Centro” del 14 marzo scorso.

Per la quinta domenica di fila i cittadini sono tornati nella zona rossa per rivendicare la voglia di riaprire al più presto il centro storico, ma anche di partecipare attivamente alle scelte sulla ricostruzione e alla rimozione delle macerie. Ancora una volta, sono tornate le carriole in piazza Palazzo - è già la terza volta consecutiva - a smistare macerie e inerti davanti alla grande statua di Sallustio.”

Nel Comune dell’Aquila la parte della città che è compresa all’interno delle antiche mura, ha una superficie di 162 ettari, completamente evacuata dalla sua popolazione.

Comprensibili ragioni hanno consigliato questa decisione nella fase di emergenza, decisione che aveva lo scopo di garantire la sicurezza alle persone e di impedire furti alle abitazioni, agli uffici, alle imprese commerciali. Non comprensibili i motivi che, ancora dopo undici mesi, interdicono alla popolazione l’ingresso in città.

I sistemi democratici per il governo di uno Stato moderno, sono basati sul principio dei rappresentanti eletti dal popolo. Se la rappresentanza eletta si dimostra capace di coinvolgere la popolazione nel valutare esigenze e decisioni da prendere, si può dire esista una democrazia compiuta. Ove la rappresentanza creda, per il solo fatto di essere stata eletta, di poter prendere decisioni autonome senza il preventivo coinvolgimento dei suoi elettori, si è in presenza di un regime oligarchico, cioè un gestione politica basata sugli interessi di gruppi, indifferentemente che siano o no al potere.

L’edilizia, i centri urbani ed il territorio aquilano sono da considerare come organismi viventi per la presenza umana che li ha generati e che intende ancora generarli. La popolazione ha subito una sorta di deportazione dai centri storici, lasciando incustoditi gli edifici privandoli conseguentemente di qualsiasi tipo di manutenzione temporanea a protezione dalle intemperie e dai furti, in una attesa che attualmente si prospetta molto lunga per attuare gli interventi necessari a risanare gli organismi urbani ed edilizi.

I centri urbani aquilani ed il suo territorio sono costituiti da edifici che, come tutti gli edifici, progressivamente si indeboliscono e si ammalano. Le scosse sismiche del 6 aprile hanno provocato leggeri danni agli edifici sani e robusti, mentre hanno provocato danni consistenti agli organismi edilizi già malati in precedenza, o costruiti con povertà di mezzi e materiali, oppure a causa di una carenza culturale da parte di abitanti che hanno dimenticato o mai saputo cosa sia stato in grado di produrre un terremoto avvenuto cento anni prima, oppure per la faciloneria ed incompetenza con cui sono state attuate trasformazioni edilizie che hanno indebolito staticamente gli organismi edilizi, o per criminale incompetenza tecnica, o peggio ancora per le speculazioni sui materiali e le strutture operate da imprese edili, progettisti e direttori lavori, o infine per incuria o incompetenza delle strutture pubbliche che avrebbero dovuto vigilare sulla correttezza costruttiva degli edifici.

I centri urbani ed il territorio aquilano sono afflitti da un disordine, dovuto alla alterazione dell’uso del terreno in conseguenza di iniziative edilizie sia private che pubbliche – vedi il piano C.A.S.E. - iniziative che hanno comportato la parziale creazione di servizi di rete e puntuali che graveranno, per la loro gestione, manutenzione e necessità di completamento, sulle già magre risorse economiche delle amministrazioni comunali coinvolte.

Le scuole di ingegneria e di architettura, unitamente ad una legislazione urbanistica vigente in tema di interventi nei centri urbani e nel territorio, sono state fondate sul convincimento che fosse necessaria la redazione di una pianificazione ai diversi livelli che desse ordine tipologico al costruito e lo dotasse dei necessari servizi puntuali e di rete. Ai regolamenti edilizi quel poco che riguarda la modalità costruttiva degli edifici. E’ vero che urbanisti, amministratori, legislatori, hanno previsto procedure di consultazione della popolazione, ma sempre a posteriori di una già effettuata progettazione. Non che la pianificazione non sia necessaria, necessaria è una sua gestione corretta, non solo a vantaggio delle oligarchie al potere. Ecco il rischio di una programmazione e di una pianificazione centralizzata nei suoi poteri decisionali.

Il dibattito, che coinvolse tutte le forze politiche e culturali tra la metà degli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta, acceso per individuare linee politiche ed economiche di una programmazione in grado sviluppare in modo equilibrato una nazione ancora piegata dalla Seconda Guerra Mondiale, venne compromesso e vanificato dalla presenza di una classe politica caratterizzata da una struttura oligarchica, ancora attualmente e saldamente al potere, orientata ad una gestione centralizzata dello Stato e contraria ad una corretta attuazione dell’ordinamento regionale previsto nella Costituzione.

E’ stato ragionevole voler evitare pericoli alla popolazione. Non è stato ragionevole bloccare per quasi un intero anno i centri storici, con il solo fine di in sicurezza l’edilizia classificata come patrimonio di rilevante valore artistico e monumentale.

Quale assetto futuro si prospetta per il territorio aquilano se tecnici ed amministratori sono tuttora convinti della necessità di una pianificazione centralizzata senza il coinvolgimento dei suoi abitanti? anzi con una popolazione deportata, sparpagliata in differenti realtà territoriali, con una popolazione che rischia di perdere la propria identità culturale a causa del suo sradicamento dai rapporti con i vicini e con l’ambiente. Per il recupero dell’appartenenza alla comunità, dopo un anno di danni e disagi, è necessario ricompattare la popolazione consentendogli di partecipare attivamente ai processi di recupero edilizio e di riattivazione culturale.

In questa direzione è auspicabile venga presto preso in considerazione la necessità di attuare iniziative:

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Le scuole di ingegneria e di architettura educano prevalentemente i loro laureati a progettare il nuovo, con un insegnamento prevalentemente teorico, non integrato da esperienze di lavoro in cantiere e da osservazioni da condurre sul comportamento nel tempo delle opere e degli edifici realizzati, in modo da comprendere come nel tempo, quelle opere possano perdere le qualità che sono state conferite loro all’atto della progettazione e della realizzazione.

E’ già necessaria una specifica competenza per saper tenere sotto controllo la salute di un singolo edificio frutto di un unico progetto ed atto costruttivo, più fermezza e maggiore competenza sono necessari ove si tratti di tenere sotto controllo la salute di un complesso edilizio a elementi contigui, frutto di progettazioni ed esecuzioni diverse. La soluzione dei singoli problemi statici separatamente per ogni singola unità abitativa, non può risolvere le esistenti interazioni strutturali interne ad un complesso.

L’esperienza conseguita per il recupero dell’edilizia danneggiata nei recenti terremoti che hanno colpito l’Italia, ha fatto individuare l’isolato come un comparto edilizio obbligatorio che colloca le diverse unità immobiliari all’interno di un progetto unitario. Promuovere e facilitare l’organizzazione consortile fra i proprietari immobiliari, la formazione di gruppi di tecnici progettisti, anche se incaricati dai singoli proprietari, promuovere criteri per la scelta di una unica, anche se frutto di un consorzio, impresa esecutrice dei lavori, costituisce la garanzia che nel recupero dell’isolato danneggiato vi sia una unità di vedute nelle decisioni strutturali da prendere e portare correttamente e rapidamente a conclusione i lavori di recupero edilizio necessari.

In questa direzione è auspicabile venga preso in considerazione la necessità di attuare una iniziativa:

  • per individuare direttrici prioritarie dalle mura al centro per un recupero edilizio progressivo da attuare per isolati-comparto;

  • per elaborare una strategia per il recupero edilizio in forma di regolamento evitando la suddivisione dell’area oggetto d’intervento per tipologie omogenee.

I “comparti edilizi obbligatori”, strumenti di attuazione diretta ed esecutiva degli interventi di recupero edilizio degli isolati, hanno lo scopo di alleggerire i compiti e le responsabilità dirette dell’amministrazione comunale i cui compiti devono consistere in operazioni di coordinamento e controllo della correttezza delle procedure.

In sede di progettazione e cantierazione dei progetti unitari di isolato-comparto si pongono problematiche tecnologiche e costruttive che spesso trovano impreparati i tecnici e maestranze incaricati alla progettazione e all’esecuzione delle opere. Diversi sono i motivi per cui le maestranze e la mano d’opera utilizzabile per il recupero edilizio, non conoscono le tante e diverse tecnologie utilizzate, prima del 1950, nella costruzione dell’edilizia interna ai centri storici. Sarebbe opportuna la promozione di cantieri esemplari e dimostrativi, come scuola e centri di informazione sulle tecnologie storicamente diversificate che sono state utilizzate negli edifici danneggiati dal sisma.

Edifici costruiti a partire dal secondo dopoguerra possono presentare caratteristiche non compatibili con la storica struttura edilizia urbana ad essi preesistente. Ove questi edifici si trovassero in condizioni di difficile recupero dai danni provocati dal terremoto, la pubblica amministrazione dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi della loro demolizione, destinando a zona verde le aree che già tali erano prima del terremoto del 1915, e offrendo ai proprietari una equivalente area edificabile, esterna alle mura urbane e inclusa nelle esistenti aree di espansione urbana.

La redazione dei tradizionali “piani particolareggiati” quali strumenti di attuazione del recupero di un centro storico danneggiato da un terremoto, è una operazione inadeguata in quanto lenta nella redazione, per inevitabili difficoltà politiche di attribuzione degli incarichi di progettazione, lenta nell’iter per la loro approvazione, lenta per la rigidità della loro attuazione.

I “piani di recupero” dovrebbero essere indirizzati al miglioramento tecnologico dei servizi puntuali e di rete, ed avere caratteristiche di strumenti flessibili per seguire il progressivo procedere del recupero urbano.

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La popolazione, per un comprensibile meccanismo di sopravvivenza, da una parte, tende a dimenticare che le precarie condizioni di salute degli edifici sono stati la vera causa dei dissesti edilizi provocati da eventi sismici passati e, dall’altra a non prendere in seria considerazione il fatto che quegli eventi sono sempre ampiamente probabili e spesso anche prevedibili.

Non si tratta di prevedere una rapida evacuazione della popolazione dalle zone colpite, si tratta di educare la gente a comprendere che il terremoto ha avuto gioco facile dove ha trovato edifici malati, in cattive condizioni strutturali, indeboliti da pericolose trasformazioni. Si tratta di promuovere iniziative che contribuiscano a finanziare con continuità la valutazione della salute degli edifici, tenendo presente che gli interventi finanziari d’emergenza utilizzati per riparare danni sismici possono essere superiori a quelli necessari per tenere sotto controllo la salute dei centri urbani, limitando l’ampiezza e gravità dei danni.

E’ indifferibile costituire centri di documentazione provinciali, coordinati a livello regionale, che siano testimonianza e memoria sia delle continue trasformazioni territoriali ed urbane sia degli eventi sismici e di dissesto idrogeologico. Materiali che documentano lo stato del territorio e della sua edilizia preesistente al sisma del 6 aprile, giacciono separatamente e gelosamente custoditi presso varie istituzioni e studiosi. Questo tipo di appartenenza, per sua natura, è un impedimento al poter rendere con rapidità pubblico ed utilizzabile il loro contenuto.



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