In difesa dell'Aquila/L'Aquila indifesa

Scritti - Conferenze

IN DIFESA DELL’AQUILA/L’AQUILA INDIFESA

dr. arch. Paola Ardizzola

conferenza a Dresda 7 giugno 2009, World Heritage Day

L'Aquila è luogo di memoria. Tutto ciò che è grande, bello (ovvero lo era) proviene dal passato. Quando camminavamo per le sue strade, che si dispiegavano tra la grandiosità degli edifici antichi e la raffinatezza dei dettagli architettonici, segni indelebili di regale fusione tra pietra e sapienza, ebbene questa bellezza ci ricadeva addosso, ricolmandoci al contempo di un senso di placida pienezza e di profondo coinvolgimento estetico. Vivere all’Aquila era semplice, perché la bellezza stessa era il carattere costitutivo della città, una bellezza di matrice dostoevskijana “che salva il mondo”. Il centro storico della città non era un borgo artefatto, ristrutturato a misura di turisti, ma un cuore vivo e pulsante per tutti i cittadini che in quel centro storico vivevano, lavoravano, s’incontravano, amavano e gioivano. L’antico genius loci, lo spirito del luogo, permeava da sempre la città, i cui accessi erano ancora sottolineati dalle antiche, originali porte urbiche. Ogni volta che le attraversavamo era come varcare una soglia che distingueva il caos dall’ordine, l’incognito dal perfettamente noto; la porta/soglia è un segno distinguibile di uno spazio che accoglie e promette. Ecco, questa era la nostra città, che nella sua continua richiesta di amore e contemplazione, non lasciava spazio alla ricerca di futili divertimenti o distrazioni, semplicemente perché non ve n’era bisogno: l’intima felicità di ciascuno di noi era la città stessa, il viverla, il percorrerla, il proteggerla, il condividerla.

Ma storicamente, da dove arriva tanta bellezza, oggi così violentemente compromessa?

In un tempo lontano, quando l’incastellamento dettava i caratteri del Medioevo, in questa parte d’Abruzzo tutta la popolazione contribuiva all’assetto di paesi e città; uniti in corporazioni i cittadini fondavano chiese e palazzi scrutando misteriose ombre proiettate a terra da ancestrali strumenti, ascoltando il sibilo dei venti dominanti e relazionandosi all’Oriente quale origine di tutte le cose.

 

Il rapporto con le tracce preesistenti delle antiche civiltà consisteva nel recupero di prezioso materiale di spolio da impiegare nella nuova fabrica, atteggiamento che confermava l’assunto della crescita della città sulla città. Così come all’Aquila, anche nei centri abruzzesi minori (fra i più belli, Castelvecchio Calvisio con il suo peculiare impianto planimetrico “a schiena di tartaruga”, San Benedetto in Perillis con la sua antichissima chiesa abbaziale di matrice longobarda…) le porte urbiche, le case-bottega prendevano corpo pietra su pietra in una forma che necessariamente scaturiva dalla funzione per poi divenire pura simbiosi con il paesaggio, secondo una crescita organica che pareva scaturire dalle rocce stesse.

I campi degli altopiani aquilani, sapientemente suddivisi secondo una centuriazione di tipo medievale in fasce lunghe e strette, nella loro unicità erano la rassicurante gerarchizzazione geometrica della silenziosa confusione dei pascoli collettivi. Era infatti la transumanza che garantiva la sopravvivenza in questi territori aspri, freddi d'inverno ma luminosi, incantati d'estate. La transumanza, pratica obbligata che in settembre vedeva il lento e progressivo spostarsi delle greggi dalle alture d'Abruzzo fino agli stazzi della Puglia, ha determinato l'assetto paesaggistico della campagna aquilana, solcata dai così detti tratturi, fiumi d'erba battuti dal passo delle pecore.

Deposte sui campi come cristalli, le chiese tratturali erano punti d'incontro e di benedizione prima della partenza, avamposti prima delle faticose marce verso il mare, luoghi di ristoro, di scambi di notizie e di consigli. Nell'Abruzzo aquilano c'è una tipologia architettonica tratturale, una cultura culinaria tratturale, una sapienza che è perfetta sintesi fra cultura stanziale (i campi coltivati dei contadini che rimanevano) e cultura nomade (le greggi dei pastori che partivano, sapendo però di tornare con la bella stagione). Sulle millenarie strade d'erba ancora oggi si nascondono necropoli neolitiche, resti di città di fondazione romana (Peltuinum), borghi antichi incastellati nel Medioevo ed ancora intatti.

I campi coltivati: sempre ai campi delle vallate, con i loro armoniosi colori, era affidato il compito di stemperare l’aspro grigio delle rocce circostanti, che col tempo si facevano case. Era questa la via giusta per avere quella sintonia cosmologica con il mondo, di cui oggi spesso ci sentiamo orfani.

All’Aquila il nostro sguardo godeva ancora del passaggio obbligato attraverso il chiavistello del Medioevo e del Rinascimento, non per nostra volontà ma grazie alla volitiva coesione di pastori, fabbri, scalpellini, architetti, monaci, guerrieri e imperatori di antiche distanze temporali, la cui scrittura era l’architettura.

Quando il Rinascimento brulicava di traffici commerciali intorno alla Principessa del Sannio (così allora veniva definita L’Aquila), gli uomini animavano botteghe, strade e piazze contrattando, oltre che su lana e seta, sulla primaria fonte di ricchezza del tempo: un oro rosso, di sottile consistenza, dal profumo intensissimo e dagli usi molteplici. Lo zafferano, non uno zafferano qualunque bensì di una qualità tale da richiamare l’attenzione dei grandi mercanti del Nord che giungevano copiosi da Firenze, da Venezia e da Milano e poi ancora da Norimberga, da Augusta e da Colonia.

La Via dello zafferano diventa la Via degli Alemanni, la cui presenza non portò solo ricchezza di danaro ma anche ricchezza di rapporti, di scambi, di pensieri e di destini. In quel tempo, l’Abruzzo Ulteriore era costellato ad ogni angolo di segreti, i dazieri pronti a riscuotere le gabelle e a controllare la purezza dello zafferano che conserva le sue proprietà auree solo se non mischiato con i così detti indovinelli, gli ingannevoli stili gialli del fiore del crocus, per i quali si era passibili di pena di morte.

Nel 1583 i mercanti distribuirono per la Via dello Zafferano 30.000 chili della preziosa essenza e la ricchezza che ne conseguì è leggibile nelle chiese, nelle piazze e nei palazzi che ancora caratterizzano il tessuto urbano dell’Aquila e dei 99 borghi antichi, che inseguendo il sogno di Federico II, nella seconda metà del XIII secolo, concorsero alla fondazione della città, consolidata poi dalla magnetica presenza di Celestino V, il papa che istituendo “La Perdonanza” offre ancora oggi a tutti i fedeli una possibilità di perdono e redenzione. I palazzi rinascimentali aquilani, celebrandone il forte senso civico, restituiscono il carattere raffinato e volitivo delle genti dell’epoca: volumi puri, compatti, ingentiliti all’esterno da austere cornici in pietra bianca, ma quando si accede ai cortili interni…quale meraviglia sorprende i nostri sensi incantati! La spazialità, spesso distribuita intorno al pozzo fulcro della composizione, ci invitava a camminare percorsi di stupore affinché ne divenissimo compartecipi, per respirare fino in fondo il profumo dell’artisticità inscindibile dalla technè, dal mestiere di mano sapiente e accurato, rendendoci testimoni di raffinatezza artistica unita a sapienza tecnica, consegnateci dalla spirale della storia.

È possibile mettere in luce anche un Barocco aquilano che si esprime soprattutto in relazione ad un fattore del tutto autoctono: il terribile terremoto del 1703, vero spartiacque fra un assetto urbano consolidato ed una città pressoché da ricostruire, scenario purtroppo oggi pressoché identico.

La città è ricca di chiese, cappelle e palazzi, che oggi versano purtroppo in gravi condizioni, dove è riscontrabile il sapore barocco del ripristino, successivo all’evento sismico del XVIII secolo; è interessante soffermarsi su quelle architetture che seppero dare un respiro barocco alla città in termini di spazialità, sia nella volumetria interna ma sopratutto nel nuovo rapporto con l’esterno, attraverso facciate dal volto inedito che, stravolgendo i rapporti metrici e visivi, hanno connotato le strade, le piazze della città con estremo carattere.

Nessun edificio barocco dell’Aquila nacque da una progettazione ex novo, tutti dovettero confrontarsi, sorgere o completarsi su una preesistenza ereditata dal Medioevo o dal Rinascimento, elemento che dopo il sisma risultò di forte stimolo e sfida per architetti cresciuti all’ombra della stabile scuola romana: fra i protagonisti più in vista spicca Francesco Fontana, progettista di Palazzo Ardinghelli, figlio di Carlo a sua volta nipote di Domenico Fontana, architetti di grido nella Roma barocca; e poi ancora l'attribuzione a Ferdinando Fuga della chiesa di S. Caterina, realizzata durante i suoi anni romani.

La città non fu mai sottoposta ad un intervento urbanistico di matrice barocca che creasse un sistema policentrico e che assecondasse la ricerca della curva anche su scala urbana, pur tuttavia il carattere apparentemente antitetico di scenari urbani medievali e rinascimentali rapportati con i nuovi volumi barocchi facciate ha portato ad una sintesi architettonico-estetica efficace, dal forte carattere scenografico tipico del Barocco: palazzo Rivera e palazzo Centi, prestigiosa sede della Regione Abruzzo, si appropriano dello spazio urbano antistante creando un dialogo diretto esterno/interno grazie ad un sistema parietale di linee curve e di forme plastiche in movimento, che delegano alla simbologia dei preziosi dettagli scultorei (come la conchiglia, simbolo di rinascita) il messaggio ultimo insito nella poetica barocca.

Per quanto riguarda l’architettura ecclesiastica, oltre alla chiesa di Sant’Agostino di sapore manierista, è la superba S. Caterina l’opera esemplare aquilana che invera le peculiarità del Barocco: la chiesa invade lo spazio esterno proiettandosi in esso tramite forme concave e convesse, prorompenti aggetti come le volute diagonali dei capitelli di ordine tuscanico su colonne a tutto tondo che creano un ritmo vigoroso di luci ed ombre; l’interno presenta una perfetta fusione tra spazio longitudinale e centrale grazie alla pianta ellittica inscritta in un rombo allungato. L’ovale centrale si staglia in alto riproponendosi nella cupola che termina con piccola lanterna, oggi purtroppo crollata, realizzando così “l’infinitizzazione” del finito grazie alla conciliazione simbolica tra terra e cielo, immanente e trascendente. Fra le cupole più prestigiose che si stagliavano sul profilo della città, come mantelli gonfi pronti a proteggere la popolazione, svettavano quella della Basilica di Collemaggio, quella di Santa Maria di Paganica e quella attribuita al Valadier, che ricopriva il transetto della chiesa barocca di Santa Maria del Suffragio, ora simbolo iconografico assurto ad icona stessa della città ferita al cuore.

Anche oggi, dopo la tremenda catastrofe del terremoto del 6 aprile 2009, avvenuta alle 3.32 in piena notte e durata 22 lunghissimi secondi, noi dobbiamo avere la consapevolezza di far parte di questa lunga storia che ha costituito la città e che non è storia passata: è la nostra storia, la grande storia di ciascuno di noi che ancora ci caratterizza, ci definisce e, soprattutto, ancora ci chiama. Tutto questo qui, una volta così intimamente assaporato, è l’ombra di un altrove, fuori d’ogni spazio e tempo, che risiede dentro di noi. La storia si moltiplica in un infinito presente, tutto è mirabilmente connesso e intrecciato.

Da quella notte spesso mi vengono alla mente quei versi della Venezia salva di Simone Weil che amo tanto perché parlano di opportunità, di redenzione, di possibilismo, di tenerezza: “Stasera è ancora felice la splendida città;/per una sera ancora fiero e intatto il suo popolo./La ricopre quest'ultimo sole con i suoi raggi/e se sapesse certo si fermerebbe per pietà”.

Perché i luoghi come L'Aquila devono continuare ad avere questa caratteristica: non stare fermi ma, come le navi, continuare il loro viaggio in avanti, per mostrare il carattere cosmopolita che si genera in chi li vive. Non dobbiamo dunque sperimentare solo una logica di nostalgica commiserazione, giacché questa favorisce una perdita di sostanza dei luoghi, ma piuttosto di coinvolgimento, di mo-vi-men-to affinché il linguaggio della nostra città, attraverso la ricostruzione, torni ad essere un linguaggio di mobilità - fisica e fantasticata - che alluda con ieratica fermezza allo scambio, al contatto, alla conoscenza reciproca, alla bellezza.


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