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Il recupero dei borghi antichi aquilani: quale futuro in assenza di strutturazione e contestualizzazione socio-culturale?

Scritti - Atti Convegni

Italia Nostra per L’Abruzzo – 4

Convegno presso Archivio di Stato. Bazzano, L’Aquila

18 marzo 2010

Il recupero dei borghi antichi aquilani:

quale futuro in assenza di strutturazione e contestualizzazione socio-culturale?

dr. arch. Paola Ardizzola, presidente MusAA

Il centro storico dell'Aquila non era una porzione di città imbalsamata, bensì il cuore pulsante della città stessa, il luogo nel quale i cittadini si identificavano, grazie ad una bellezza e qualità ambientale che ricadeva loro addosso, che veniva vissuta come dato acquisito. Quella bellezza che oggi rischia di essere annullata, banalizzata, cancellata. Quella bellezza a cui molti aquilani non intendono rinunciare. Ma L’Aquila ed il suo comprensorio territoriale non appartengono solo ai suoi cittadini, bensì alla comunità globale, che ha il dovere di interrogarsi sul suo destino, di prendersene cura e di agire. Perché se L’Aquila perde la sua sfida odierna, tutti perdiamo; se l’identità di una città come L’Aquila viene cancellata, distrutta, tutto sarà lecito in futuro.

Nel contadus aquilanum dei borghi circostanti la città, che vanno a definire il profilo della così detta “città territorio”, vi è una situazione complessa, perché pregressa: questi centri storici non sono completamente abitati e oggi non rispondono a criteri di comodità per il vivere quotidiano. Per alcuni abitanti le case in centro storico hanno rappresentato miseria e ristrettezze economiche; per altri, il centro storico è il luogo della memoria, il bene di famiglia conquistato con fatica e sacrificio per generazioni. Questi borghi hanno subìto, nell’arco del XX secolo, il progressivo abbandono con il trasferimento delle famiglie a l'Aquila, sui Comuni costieri, a Roma, giacché l'acquisto della casa in città è stato simbolo del raggiungimento di un obiettivo economico importante; oppure con la forte emigrazione all'estero. L'abbandono ha garantito da un lato la conservazione dell'impianto urbano e dei caratteri generali dei nuclei antichi, dall'altro il progressivo deperimento degli immobili per scarsa manutenzione dovuta a molteplici situazioni che hanno determinato in molti borghi il collasso statico di interi isolati, verificatosi ancor prima del terremoto, che è stata l'ultima devastante causa a infliggere profonde ferite.

L'aspettativa ora degli abitanti dei piccoli centri e di chi li amministra è il finanziamento a pioggia che porti ad una messa in sicurezza degli edifici, la maggior parte dei quali già in forte degrado prima del terremoto, e che non assolvono più a funzione abitativa. Un esempio: si pensi all' estesa area/quartiere di stalle e fienili posta a sud del nucleo storico di Castelvecchio Calvisio che è parte integrante del centro storico stesso, oppure al nucleo storico di San Benedetto in Perillis con le sue mura di cinta e le torri, già in condizioni ruderiche prima del terremoto, oggi ridotte a poco più che pietraia. Il rischio è comunque che arrivati i finanziamenti, messe catene e rifatti i tetti, questi immobili restino nuovamente inutilizzati ed abbandonati, ricadendo poi a breve nuovamente in un inesorabile stato di degrado. Nel 1989/90 San Benedetto in Perillis beneficiò dei finanziamenti del terremoto del 1984, che arrivarono quindi solo 5 anni dopo l'evento sismico. I fondi non furono neanche sufficienti per poter ultimare i lavori sui singoli immobili o isolati urbani; a distanza di una ventina d’anni molti edifici allora ristrutturati, chiusi ed abbandonati a se stessi, erano di nuovo in pessime condizioni con crolli parziali dei tetti, infiltrazioni, degrado delle strutture orizzontali e verticali.

Negli ultimi anni un lento mercato immobiliare legato alla ricerca di quella qualità dell'abitare che il nostro patrimonio storico-architettonico ed ambientale può garantire, aveva spinto molte famiglie, italiane e straniere, ad acquistare la casa per le vacanze nei “castelli aquilani”, un’oasi rigenerativa dove fuggire dal delirio delle grandi città. Questo uso, seppur stagionale e non continuativo, garantiva un costante recupero dei piccoli centri, evitandone l’abbandono. La crescente sensibilità nei confronti dell'architettura povera, rurale (impropriamente detta architettura minore), unita ad un rinnovato gusto estetico, legato al recupero conservativo dei caratteri estetico-formali delle unità immobiliari, stava portando ad un recupero nei centri storici grazie a iniziative private, anche se spesso a macchia di leopardo. Anche il recupero nei borghi, da parte delle amministrazioni pubbliche, di interi isolati e di palazzi di interesse storico-architettonico ha garantito un contenimento dei danni. Oggi appare chiaro che se vogliono avere un futuro, questi borghi hanno un'unica possibile vocazione, che è quella dell'incremento del turismo culturale che prima del terremoto non è decollato per inesistenti investimenti reali e fattivi da parte del Pubblico; i risultati fino ad oggi raggiunti sono merito di iniziativa dei privati, autoctoni con pregresse esperienze fuori regione che sono tornati nel territorio d'origine o “forestieri”, quelli che sono venuti ad investire su questo territorio credendoci e rischiando.

La recente crisi economica che ha visto il crollo del dollaro e della sterlina ha poi pressoché paralizzato la richiesta di case “autentiche” o di intere porzioni di borghi nell’ambito del territorio aquilano, da parte di privati cittadini stranieri e di società a loro modo “illuminate” volte ad operazioni di recupero di qualità, piuttosto che alla realizzazione di villaggi e villaggetti turistici. Poi ai villaggi ci ha dovuto pensare la Protezione Civile, ed i tecnici incaricati dai Sindaci, che in alcuni paesi hanno fatto purtroppo più danni che bene, generando villaggi degni di “The Truman Show”.

Ma se vogliamo salvare davvero i borghi, è necessario definire nuovi strumenti urbanistici e normativi idonei alla realtà a se stante dei piccoli paesi; consentire alle amministrazioni pubbliche, di arrivare con idonei strumenti all'acquisizione o requisizione degli immobili abbandonati, perché di fatto resteranno tali, per infinite problematiche soprattutto legate ai titoli di proprietà e di possesso. La notevole frammentazione della proprietà immobiliare comporta un arduo compito nella gestione post terremoto, per le amministrazioni, per i proprietari stessi e per gli addetti ai lavori. La stessa frammentazione immobiliare assieme allo spopolamento, ed al progressivo abbandono di interi isolati o quartieri nei centri storici che avevano perso quei requisiti di praticità o ”modernità” (come il non poter arrivare davanti la porta di casa con l'automobile) sono stati la principale causa del deperimento delle strutture murarie che in molti casi hanno determinato un effetto domino coinvolgendo anche quelle unità ristrutturate ed in uso.

L'incertezza e la poca chiarezza ad oggi stanno determinando il non fare o il non poter fare in attesa di indicazioni il più chiare e attuative possibili.

Intanto a Castelvecchio Calvisio la nota positiva è che grazie alla Soprintendenza sono già stati conclusi i lavori di restauro post sisma della chiesa parrocchiale, mentre a San Benedetto in Perillis la più antica chiesa d'Abruzzo è stata puntellata e cerchiati i pilastri solo dopo ripetuti accorati appelli da parte del Sindaco; il crollo è stato scongiurato, purtroppo non si può dire lo stesso per le torri medioevali, le mura storiche ed il nucleo antico, che essendo tutto di proprietà privata, già lasciato al suo destino da anni, ha oggi ormai perso totalmente la riconoscibilità delle volumetrie originarie, che restano solo un ricordo impresso nella memoria degli anziani del paese. Questi esempi valgono per quasi tutti i centri storici del comprensorio aquilano; si pensi a Navelli, con l'area delle Mura rotte, abbandonata negli anni '60, a Civitaretenga col suo ghetto ebraico, Carapelle Calvisio, quest'ultimi con numerosi crolli di interi isolati.

Alcuni Sindaci auspicano che nei loro paesi si possa conservare nei prossimi anni, in rapporto al patrimonio immobiliare esistente, un terzo della popolazione residente, un terzo di seconde case private ed un terzo recuperato ad alloggi ad uso turistico, case d'affitto gestite da società o cooperative, che possano generare un nuovo indotto economico. Altri Sindaci sperano di recuperare, con una buona dose di ottimismo, i nuovi insediamenti delle casette in legno per la ricezione turistica, una volta assolta la loro funzione. Potrebbero anche essere assegnate ad extra comunitari, forza lavoro importante per questo territorio, oggi e domani.

Il problema drammatico oggi è comprendere se questi borghi siano ad un punto di degrado demografico di non ritorno e se ci siano ancora energie umane ed economiche per impedirlo. L'idea di un piano che colleghi alcuni borghi, cioè un piano intercomunale, potrebbe essere indirizzato a tracciare le linee per interventi economici che possano contribuire ad impedire l'attuale drammatico spopolamento, se non ad una sua inversione. Il degrado del patrimonio edilizio è solo in parte dovuto al terremoto, i danni maggiori sono determinati da un abbandono fisico dei fabbricati con la conseguente totale assenza di quel minimo di manutenzione che una situazione economicamente precaria poteva consentire. Lo spopolamento è in realtà il problema che maggiormente preoccupa i Sindaci dei piccoli paesi. Allora bisogna dare un motivo per rimanere, per ritornare e per riscoprire. La vera sfida è determinare la rinascita dei borghi attraverso un rilancio culturale a livello internazionale. I nostri borghi sono luogo ideale di meditazione e studio, sono amati da artisti, scrittori, professionisti, registi, intellettuali. Il recupero deve prevedere un adeguamento tecnologico degli stessi, che permetta nell'isolamento fisico che li caratterizza, la possibilità di essere collegati con il mondo, in una conciliazione fra local e global che assecondi i temi essenziali della contemporaneità. E' altresì caldeggiato un recupero applicando tecnologie rinnovabili secondo i criteri di biocompatibilità. Ciò che è punto di debolezza deve diventare punto di forza: gli edifici abbandonati, una volta recuperati, possono diventare contenitori culturali di altissimo profilo, secondo una programmazione sistematica, che non lasci spazio all’improvvisazione o all’incompetenza.

Le attività del MusAA prendono le mosse da questo ambizioso tentativo di rivitalizzazione, valorizzazione di un territorio che è risorsa preziosa, perché è la storia che ce lo insegna.



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