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Ricordare il passato, vivere il presente, progettare il futuro

Scritti - Conferenze

Lanciano 14 aprile 2012

Ostinatamente il professore Raffaele Colapietra, dal giorno del terremoto del 6 Aprile, non ha mai acconsentito ad abbandonare la sua abitazione posta all’interno delle antiche mura urbane, nonostante le molte pressioni esercitate dalle diverse autorità.

“Emergenza” è stata la parola d’ordine immediatamente dopo il terremoto; altrettanto immediatamente prendeva forma una modalità di intervento decisa da una autorità che non teneva in nessun conto la pur necessaria e ragionevole consultazione di quanti conoscevano la struttura culturale, economica ed edilizia dell’Aquila.

La motivazione data dalla Protezione Civile alla decisione di evacuare la popolazione dal centro storico, è stata quella di voler di prevenire che nuove scosse provocassero ulteriori vittime e non intralciassero le urgenti operazioni di messa in sicurezza di chiese ed edifici di particolare pregio artistico e storico. La Protezione Civile prese la decisione di istituire un cordone di militari che, da una parte, consentisse l’accesso alla Zona Rossa solo agli abitanti dotati di permessi per portar via arredi ed oggetti dalle proprie abitazioni e, dall’altra, impedisse l’ingresso ai ladri.

Le lesioni alle mura della sua abitazione, osservate da Colapietra a terremoto avvenuto, non lo hanno preoccupato più di tanto: con due giorni di lavoro e con poca spesa, un solo operaio ha riparato le lesioni e messo le strutture portanti in condizioni di non essere pericolose.

Penso a quale dovesse essere stato il terrore del professore di potersi ritrovare, non si sa per quanto tempo, in una tenda o in una stanza d’albergo lontana dalla sua città, senza gli arredi di casa testimoni della sua vita, senza i suoi gatti, senza quei libri e documenti della sua libreria che lo hanno culturalmente formato. Impensabile per lui un disagio ed un isolamento senza la presenza dei vicini di casa, dei suoi amici e dei suoi nemici, dei suoi colleghi e di tutto l’ambiente urbano dove è cresciuto.

Nonostante l’età, il professor Colapietra si è comportato e si comporta con il coraggio di un giovane, sempre appassionato ed interessato al presente. Vivere non rappresenta per lui un peso, un obbligo imposto, inevitabile, vivere serenamente per il professore rappresenta la ragione della propria esistenza.

La sua decisione di non abbandonare la sua abitazione è una difesa al diritto di poter vivere un presente non disturbato dalla precarietà del futuro che gli veniva proposto. La decisione di poter continuare a lavorare a progetti che hanno i semi nella propria storia, una storia testimoniata dalle tracce conservate negli oggetti e negli arredi che formano l’ambiente dove è vissuto e lavorato.

Due ordini di interrogativi

Come il professor Colapietra abbia vissuto e controllato le conseguenze del terremoto, stimola a porsi due ordini di interrogativi.

Perché il passato e le sue tracce conservate nell’ambiente sono così importanti per vivere il presente e per consentire una ragionevole speranza di futuro?

Perché i sistemi di governo prestano così poca attenzione alle tracce del passato, consentendo e promuovendo troppo spesso la sua trasformazione dettata solamente da ragioni economiche?

Le tracce del passato

Il tempo passato è passato e non esiste più. Continuano però ad esistere ed essere visibili interessantissime tracce di quanto in quel tempo sia avvenuto.

Il lavoro di ordinare ed interpretare queste tracce produce racconti che vanno sotto il nome di storie. Una storia con la lettera maiuscola non può esistere; una storia è sempre destinata ad essere continuamente riscritta, sia quando vengono interpretati in modo diverso documenti noti, sia quando alcune ricerche riportano alla luce documenti fino a quel momento non ancora conosciuti.

L’insieme delle osservazioni compiute sugli eventi del passato, costituiscono un patrimonio di conoscenze che può essere definita la cultura di una comunità.

La cultura non è un qualcosa di stabile, da conservare sotto una campana di vetro, la cultura subisce trasformazioni continue al variare delle condizioni materiali dell’esistenza: allo stesso modo dell’ambiente urbano e territoriale che si modifica, che subisce in continuazione delle trasformazioni. Questi cambiamenti talora sono miglioramenti, talora sono peggioramenti: sono miglioramenti se dei cambiamenti beneficia un sempre maggior numero di persone. Un requisito indispensabile perché un cambiamento sia il miglioramento di una determinata situazione, è che la decisione di attuare il cambiamento derivi da una partecipazione responsabile da parte di coloro che ne potranno o ne potrebbero beneficiare.

Con il termine “tempo passato” ed il termine “passato” si intendono due significati differenti. Il “tempo passato” è qualcosa che non esiste più, con il termine “passato” si intende tutto quanto è accaduto prima del momento attuale.

Il “passato” assume individuo per individuo significati diversi. Nel passato ciascun individuo ha appreso come rappresentarsi oggetti e situazioni ed avere coscienza del loro significato in rapporto alla comunità di appartenenza.

Un individuo al momento della sua nascita è dotato geneticamente di quanto ereditato dalla continua trasformazione delle generazioni che lo hanno preceduto.

Dal momento della nascita ha inizio un delicatissimo periodo di rodaggio necessario ad attivare tutte le qualità ereditate. La neurologia ha recentemente compiuto interessanti osservazioni sul fatto che, se queste qualità fisiche e neurologiche ereditate non vengono immediatamente attivate e continuamente utilizzate, esse decadono, si assopiscono e non è più possibile risvegliarle in futuro.

In Francia, nei boschi dell’Aveyron nel 1797 fu tropvato un bambino di circa 12 anni completamente selvaggio, fu catturato e scappò poco dopo per diverse volte fino a quando acconsentì di rimanere, fu tentata una sua educazione senza ottenere risultati di sorta, fu internato in un ospizio per sordi dove un assistente con intelligenza ed apertura mentale si prese il compito di tentare nuovamente la sua educazione. Victor, questo è il nome che gli era stato dato morì a 40 anni, senza essere mai stato in grado di parlare ma solo di ripetere suoni simili a parole. I neuroni del linguaggio non erano stati attivati nella prima età.

Dal momento della nascita, se opportunamente attivato, tutto il sistema dei neuroni presenti nelle diverse parti del cervello è teso alla conoscenza di ciò che lo circonda, basandosi sui messaggi che i sensi inviano alle diverse zone del cervello. Man mano che procede questo processo di continua percezione e ripetuta sperimentazione, il bambino acquisisce una sempre più stabile conoscenza del mondo che lo circonda, in questo aiutato da un processo parallelo, il sistema educativo della comunità a cui appartiene.

I meccanismi dell’apprendimento rendono attive le diverse parti del cervello creando specifici collegamenti. Questi collegamenti sono inizialmente labili e destinati a svanire in un breve tempo. Ma se questi collegamenti si collegano a loro volta ad altri sistemi stabilizzati in precedenza, si formano nuove strutture di collegamento dotate di maggiore stabilità: allora da una memoria transitoria di breve durata e di limitata capienza, si passa ad una memoria di illimitata capienza e durata nel tempo praticamente infinita.

Se correttamente utilizzata la struttura neuronale ereditata, attivandosi consente un primo livello di conoscenza come semplice percezione sensoriale. Alcuni neuroni si attivano se un oggetto si allontana e non si attivano se esso si avvicina; altri neuroni si attivano solo se il messaggio dai sensori dell’occhio indica un colore rosso e non si attivano se indicano un colore differente, altri tipi neuroni si attivano o non si attivano per differenti colori.

Un altro aspetto dell’apprendimento riguarda la conoscenza del significato di un oggetto o di un evento. La ripetizione di una esperienza visiva compiuta ad esempio su bicchieri di diversa forma, consente, nella fase formativa di un bambino, di formare la conoscenza dell’archetipo, del modello originale, del modello di tutti i bicchieri.

Se uno di questi bicchieri è legato ad una piacevole sensazione, il bambino assumerà, nella sua memoria, quel bicchiere come un punto di riferimento importante. Gli oggetti, gli ambienti dove si svolge la vita di un individuo assumono quella particolare importanza che stabilizza il modo di vivere.

Un altro aspetto ancora dell’apprendimento deriva dall’aver compiuto un coerente percorso all’interno di un sistema educativo, non solo quello propriamente scolastico ma anche quello proprio dell’attività lavorativa, che implica una continua trasmissione di nozioni da e verso la comunità di appartenenza dell’individuo.

L’insieme dell’attenzione, della percezione, della memoria e dell’apprendi-mento, da luogo alla formazione di quella rappresentazione del mondo esterno che è necessaria affinché gli individui di una comunità possano comunicare fra loro.

Vivere il presente

Il “tempo presente” è un istante infinitamente piccolo. Si può ragionevolmente sostenere che esso sia talmente piccolo da non esistere.

Come osservato per il “passato” ed il “tempo passato”, anche i termini “presente” ed “tempo presente” hanno un diverso significato. Mentre il “tempo presente” è talmente breve da essere inesistente, il “presente” comunemente viene inteso come tutto ciò che avviene tra il sorgere del sole e il momento che si sta vivendo. “Domani è un altro giorno” disse Rossella O'Hara nel film “Via col vento”.

Vivere è un continuo passare da un istante al successivo, in definitiva il presente che si può definire come la linea di confine esistente tra la memoria del passato e la speranza del futuro. Vivere è complicato per la continua instabilità di questo confine; nell’istante della decisione di compiere una determinata azione, non c’è mai la sicurezza di aver considerato correttamente il passato ed aver progettato il futuro entro termini ragionevoli. Si può essere sicuri, ci si può mostrare sicuri, ma non si può avere la sicurezza.

La bellezza del vivere, risiede sia nella soddisfazione che si ha del passato e nella speranza del futuro.

Danilo Dolci nel descrivere l’azione che stava conducendo assieme alla gente della zona di Partinico rifletteva che “La speranza viene da un certo tipo di esperienza, non bisogna confondere l’illusione con la speranza. Saper sperare, sapere di avere dei desideri vuol dire saper creare progetti, perché essi sono necessari, perché si hanno delle aspirazioni”.

Progettare il futuro

Perché nel pianificare e progettare gli interventi futuri, la classe dirigente dei sistemi di governo delle attuali società, prestano così poca attenzione alle tracce del passato presenti nell’ambiente fisico e culturale esistente?

I filosofi dell’antica Grecia individuarono nella democrazia un sistema di governo delle comunità che consentiva a tutti i cittadini la partecipazione attiva alle decisioni del loro governo. La partecipazione di tutti i cittadini alla gestione della cosa pubblica era possibile sulla base di un sistema in cui i cittadini delegavano persone che davano fiducia a rappresentare i loro interessi nelle decisioni delle istituzioni governative.

I greci avevano osservato che se i delegati non rappresentavano gli interessi e le aspirazioni degli elettori ma si occupavano solamente di quelli propri, forma di governo democratico si trasformava in governo di una oligarchia e, se un oligarca prevaleva su tutti gli altri il governo diventava una dittatura.

E’ facilmente sostenibile che gli attuali governi, che si qualificano democratici, siano di fatto dominati da alternanze di gruppi di potere economico, dando luogo a sistemi oligarchici di governo.

Visibile a chiunque è il potere di chi detiene ricchezza nel far valere la propria volontà. Poca visibilità e di conseguenza poco è il potere di chi detiene cultura e saggezza.

Il governo delle oligarchie utilizza diversi strumenti per conseguire i propri scopi: riduzioni governative dei fondi destinati alla scuola pubblica, aumenti di contributi alla scuola privata che fa capo generalmente a gruppi di potere, riduzioni dei finanziamenti alla ricerca pura; trasformazione dell’istruzione quale sistema per sviluppare le capacità del cervello a ragionare in un ipocrita sistema che dovrebbe professionalizzare gli studenti; controllo dei sistemi di informazione.

Il linguista canadese Noam Chomsky nella sua opera e nel suo lavoro universitario, si interroga su quali siano i rapporti tra “mass media e democrazia” nella processo di creazione delle “illusioni necessarie” a governare.  Chomsky sostiene che “i cittadini delle società democratiche dovrebbero seguire un corso di autodifesa intellettuale per evitare la manipolazione e il controllo”.

L’attuale classe dirigente si è formata in un sistema educativo creato dai gruppi economici dominanti; le singole persone della classe dirigente sono state così a loro insaputa educate ad essere sempre obbedienti alle regole ricevute, ad essere incapaci di ragionare al di fuori di quanto appreso. Si tratta di un circolo vizioso i cui futuri livelli di coscienza sono destinati ad essere sempre più bassi

Le vicenda del terremoto avvenuto il 6 Aprile 2009 sono indicative di questo modo di intendere ed esercitare la gestione politica di una comunità.

Come formare una nuova classe dirigente?

Iniziando dalla prima infanzia e contribuendo a costruire sistemi educativi che valorizzino le grandi risorse racchiuse negli individui.

Concludo l’intervento citando una intervista fatta a Danilo Dolci che a Mirto, una frazione di Partinico, ha contribuito a costruire una scuola alternativa a quella gestita da un apparato pubblico corrotto dall’etica mafiosa.

La mattina, quando vengono i bambini, ogni gruppo di una quindicina di bambini e bambine, ciascuno dice il suo desiderio per la giornata.

Alla fine, quando tutti si sono espressi, si esprime anche l’educatore con le sue ipotesi.

In una seconda fase, piuttosto rapida e intensa, si cerca di convenire insieme cosa fare in modo che, tutto quello che si fa durante il giorno, non è soltanto spontaneo ma è una pianificazione sulla base dei desideri e delle motivazioni di ciascuno.

Il bambino non è un idiota, il bambino ha interessi vitali.

Divenendo adulto rischia di incallirsi, di callificarsi, diventare adulti vuol dire spesso diventare calli.

Allora importante è vedere come passare dalla naturale curiosità ad un processo per cui il bambino o la bambina diviene esperto attraverso un certo metodo, diventa esperto di scoprire, diventa esperto di trovare.

 

Giorgio Stockel

 

In difesa dell'Aquila/L'Aquila indifesa

Scritti - Conferenze

IN DIFESA DELL’AQUILA/L’AQUILA INDIFESA

dr. arch. Paola Ardizzola

conferenza a Dresda 7 giugno 2009, World Heritage Day

L'Aquila è luogo di memoria. Tutto ciò che è grande, bello (ovvero lo era) proviene dal passato. Quando camminavamo per le sue strade, che si dispiegavano tra la grandiosità degli edifici antichi e la raffinatezza dei dettagli architettonici, segni indelebili di regale fusione tra pietra e sapienza, ebbene questa bellezza ci ricadeva addosso, ricolmandoci al contempo di un senso di placida pienezza e di profondo coinvolgimento estetico. Vivere all’Aquila era semplice, perché la bellezza stessa era il carattere costitutivo della città, una bellezza di matrice dostoevskijana “che salva il mondo”. Il centro storico della città non era un borgo artefatto, ristrutturato a misura di turisti, ma un cuore vivo e pulsante per tutti i cittadini che in quel centro storico vivevano, lavoravano, s’incontravano, amavano e gioivano. L’antico genius loci, lo spirito del luogo, permeava da sempre la città, i cui accessi erano ancora sottolineati dalle antiche, originali porte urbiche. Ogni volta che le attraversavamo era come varcare una soglia che distingueva il caos dall’ordine, l’incognito dal perfettamente noto; la porta/soglia è un segno distinguibile di uno spazio che accoglie e promette. Ecco, questa era la nostra città, che nella sua continua richiesta di amore e contemplazione, non lasciava spazio alla ricerca di futili divertimenti o distrazioni, semplicemente perché non ve n’era bisogno: l’intima felicità di ciascuno di noi era la città stessa, il viverla, il percorrerla, il proteggerla, il condividerla.

Ma storicamente, da dove arriva tanta bellezza, oggi così violentemente compromessa?

In un tempo lontano, quando l’incastellamento dettava i caratteri del Medioevo, in questa parte d’Abruzzo tutta la popolazione contribuiva all’assetto di paesi e città; uniti in corporazioni i cittadini fondavano chiese e palazzi scrutando misteriose ombre proiettate a terra da ancestrali strumenti, ascoltando il sibilo dei venti dominanti e relazionandosi all’Oriente quale origine di tutte le cose.

 

Il rapporto con le tracce preesistenti delle antiche civiltà consisteva nel recupero di prezioso materiale di spolio da impiegare nella nuova fabrica, atteggiamento che confermava l’assunto della crescita della città sulla città. Così come all’Aquila, anche nei centri abruzzesi minori (fra i più belli, Castelvecchio Calvisio con il suo peculiare impianto planimetrico “a schiena di tartaruga”, San Benedetto in Perillis con la sua antichissima chiesa abbaziale di matrice longobarda…) le porte urbiche, le case-bottega prendevano corpo pietra su pietra in una forma che necessariamente scaturiva dalla funzione per poi divenire pura simbiosi con il paesaggio, secondo una crescita organica che pareva scaturire dalle rocce stesse.

I campi degli altopiani aquilani, sapientemente suddivisi secondo una centuriazione di tipo medievale in fasce lunghe e strette, nella loro unicità erano la rassicurante gerarchizzazione geometrica della silenziosa confusione dei pascoli collettivi. Era infatti la transumanza che garantiva la sopravvivenza in questi territori aspri, freddi d'inverno ma luminosi, incantati d'estate. La transumanza, pratica obbligata che in settembre vedeva il lento e progressivo spostarsi delle greggi dalle alture d'Abruzzo fino agli stazzi della Puglia, ha determinato l'assetto paesaggistico della campagna aquilana, solcata dai così detti tratturi, fiumi d'erba battuti dal passo delle pecore.

Deposte sui campi come cristalli, le chiese tratturali erano punti d'incontro e di benedizione prima della partenza, avamposti prima delle faticose marce verso il mare, luoghi di ristoro, di scambi di notizie e di consigli. Nell'Abruzzo aquilano c'è una tipologia architettonica tratturale, una cultura culinaria tratturale, una sapienza che è perfetta sintesi fra cultura stanziale (i campi coltivati dei contadini che rimanevano) e cultura nomade (le greggi dei pastori che partivano, sapendo però di tornare con la bella stagione). Sulle millenarie strade d'erba ancora oggi si nascondono necropoli neolitiche, resti di città di fondazione romana (Peltuinum), borghi antichi incastellati nel Medioevo ed ancora intatti.

I campi coltivati: sempre ai campi delle vallate, con i loro armoniosi colori, era affidato il compito di stemperare l’aspro grigio delle rocce circostanti, che col tempo si facevano case. Era questa la via giusta per avere quella sintonia cosmologica con il mondo, di cui oggi spesso ci sentiamo orfani.

All’Aquila il nostro sguardo godeva ancora del passaggio obbligato attraverso il chiavistello del Medioevo e del Rinascimento, non per nostra volontà ma grazie alla volitiva coesione di pastori, fabbri, scalpellini, architetti, monaci, guerrieri e imperatori di antiche distanze temporali, la cui scrittura era l’architettura.

Quando il Rinascimento brulicava di traffici commerciali intorno alla Principessa del Sannio (così allora veniva definita L’Aquila), gli uomini animavano botteghe, strade e piazze contrattando, oltre che su lana e seta, sulla primaria fonte di ricchezza del tempo: un oro rosso, di sottile consistenza, dal profumo intensissimo e dagli usi molteplici. Lo zafferano, non uno zafferano qualunque bensì di una qualità tale da richiamare l’attenzione dei grandi mercanti del Nord che giungevano copiosi da Firenze, da Venezia e da Milano e poi ancora da Norimberga, da Augusta e da Colonia.

La Via dello zafferano diventa la Via degli Alemanni, la cui presenza non portò solo ricchezza di danaro ma anche ricchezza di rapporti, di scambi, di pensieri e di destini. In quel tempo, l’Abruzzo Ulteriore era costellato ad ogni angolo di segreti, i dazieri pronti a riscuotere le gabelle e a controllare la purezza dello zafferano che conserva le sue proprietà auree solo se non mischiato con i così detti indovinelli, gli ingannevoli stili gialli del fiore del crocus, per i quali si era passibili di pena di morte.

Nel 1583 i mercanti distribuirono per la Via dello Zafferano 30.000 chili della preziosa essenza e la ricchezza che ne conseguì è leggibile nelle chiese, nelle piazze e nei palazzi che ancora caratterizzano il tessuto urbano dell’Aquila e dei 99 borghi antichi, che inseguendo il sogno di Federico II, nella seconda metà del XIII secolo, concorsero alla fondazione della città, consolidata poi dalla magnetica presenza di Celestino V, il papa che istituendo “La Perdonanza” offre ancora oggi a tutti i fedeli una possibilità di perdono e redenzione. I palazzi rinascimentali aquilani, celebrandone il forte senso civico, restituiscono il carattere raffinato e volitivo delle genti dell’epoca: volumi puri, compatti, ingentiliti all’esterno da austere cornici in pietra bianca, ma quando si accede ai cortili interni…quale meraviglia sorprende i nostri sensi incantati! La spazialità, spesso distribuita intorno al pozzo fulcro della composizione, ci invitava a camminare percorsi di stupore affinché ne divenissimo compartecipi, per respirare fino in fondo il profumo dell’artisticità inscindibile dalla technè, dal mestiere di mano sapiente e accurato, rendendoci testimoni di raffinatezza artistica unita a sapienza tecnica, consegnateci dalla spirale della storia.

È possibile mettere in luce anche un Barocco aquilano che si esprime soprattutto in relazione ad un fattore del tutto autoctono: il terribile terremoto del 1703, vero spartiacque fra un assetto urbano consolidato ed una città pressoché da ricostruire, scenario purtroppo oggi pressoché identico.

La città è ricca di chiese, cappelle e palazzi, che oggi versano purtroppo in gravi condizioni, dove è riscontrabile il sapore barocco del ripristino, successivo all’evento sismico del XVIII secolo; è interessante soffermarsi su quelle architetture che seppero dare un respiro barocco alla città in termini di spazialità, sia nella volumetria interna ma sopratutto nel nuovo rapporto con l’esterno, attraverso facciate dal volto inedito che, stravolgendo i rapporti metrici e visivi, hanno connotato le strade, le piazze della città con estremo carattere.

Nessun edificio barocco dell’Aquila nacque da una progettazione ex novo, tutti dovettero confrontarsi, sorgere o completarsi su una preesistenza ereditata dal Medioevo o dal Rinascimento, elemento che dopo il sisma risultò di forte stimolo e sfida per architetti cresciuti all’ombra della stabile scuola romana: fra i protagonisti più in vista spicca Francesco Fontana, progettista di Palazzo Ardinghelli, figlio di Carlo a sua volta nipote di Domenico Fontana, architetti di grido nella Roma barocca; e poi ancora l'attribuzione a Ferdinando Fuga della chiesa di S. Caterina, realizzata durante i suoi anni romani.

La città non fu mai sottoposta ad un intervento urbanistico di matrice barocca che creasse un sistema policentrico e che assecondasse la ricerca della curva anche su scala urbana, pur tuttavia il carattere apparentemente antitetico di scenari urbani medievali e rinascimentali rapportati con i nuovi volumi barocchi facciate ha portato ad una sintesi architettonico-estetica efficace, dal forte carattere scenografico tipico del Barocco: palazzo Rivera e palazzo Centi, prestigiosa sede della Regione Abruzzo, si appropriano dello spazio urbano antistante creando un dialogo diretto esterno/interno grazie ad un sistema parietale di linee curve e di forme plastiche in movimento, che delegano alla simbologia dei preziosi dettagli scultorei (come la conchiglia, simbolo di rinascita) il messaggio ultimo insito nella poetica barocca.

Per quanto riguarda l’architettura ecclesiastica, oltre alla chiesa di Sant’Agostino di sapore manierista, è la superba S. Caterina l’opera esemplare aquilana che invera le peculiarità del Barocco: la chiesa invade lo spazio esterno proiettandosi in esso tramite forme concave e convesse, prorompenti aggetti come le volute diagonali dei capitelli di ordine tuscanico su colonne a tutto tondo che creano un ritmo vigoroso di luci ed ombre; l’interno presenta una perfetta fusione tra spazio longitudinale e centrale grazie alla pianta ellittica inscritta in un rombo allungato. L’ovale centrale si staglia in alto riproponendosi nella cupola che termina con piccola lanterna, oggi purtroppo crollata, realizzando così “l’infinitizzazione” del finito grazie alla conciliazione simbolica tra terra e cielo, immanente e trascendente. Fra le cupole più prestigiose che si stagliavano sul profilo della città, come mantelli gonfi pronti a proteggere la popolazione, svettavano quella della Basilica di Collemaggio, quella di Santa Maria di Paganica e quella attribuita al Valadier, che ricopriva il transetto della chiesa barocca di Santa Maria del Suffragio, ora simbolo iconografico assurto ad icona stessa della città ferita al cuore.

Anche oggi, dopo la tremenda catastrofe del terremoto del 6 aprile 2009, avvenuta alle 3.32 in piena notte e durata 22 lunghissimi secondi, noi dobbiamo avere la consapevolezza di far parte di questa lunga storia che ha costituito la città e che non è storia passata: è la nostra storia, la grande storia di ciascuno di noi che ancora ci caratterizza, ci definisce e, soprattutto, ancora ci chiama. Tutto questo qui, una volta così intimamente assaporato, è l’ombra di un altrove, fuori d’ogni spazio e tempo, che risiede dentro di noi. La storia si moltiplica in un infinito presente, tutto è mirabilmente connesso e intrecciato.

Da quella notte spesso mi vengono alla mente quei versi della Venezia salva di Simone Weil che amo tanto perché parlano di opportunità, di redenzione, di possibilismo, di tenerezza: “Stasera è ancora felice la splendida città;/per una sera ancora fiero e intatto il suo popolo./La ricopre quest'ultimo sole con i suoi raggi/e se sapesse certo si fermerebbe per pietà”.

Perché i luoghi come L'Aquila devono continuare ad avere questa caratteristica: non stare fermi ma, come le navi, continuare il loro viaggio in avanti, per mostrare il carattere cosmopolita che si genera in chi li vive. Non dobbiamo dunque sperimentare solo una logica di nostalgica commiserazione, giacché questa favorisce una perdita di sostanza dei luoghi, ma piuttosto di coinvolgimento, di mo-vi-men-to affinché il linguaggio della nostra città, attraverso la ricostruzione, torni ad essere un linguaggio di mobilità - fisica e fantasticata - che alluda con ieratica fermezza allo scambio, al contatto, alla conoscenza reciproca, alla bellezza.


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